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Franco Raggi
intervista
Piero Castiglioni

R: …Dunque Castiglioni Piero, “figlio d’arte”, nato architetto, ma alla fine lighting designer… C: No, architetto, che si occupa di luce! R: Non è solo un fatto tecnico? C: E' un fatto culturale, l’architettura è cultura della manipolazione dello spazio, la storia dell’architettura è anche storia di come la luce dia forma allo spazio e viceversa. Il progetto è molto di più di un fatto tecnico. il progetto nasce da domande, da un: “cosa fare?” e il cosa fare è un aspetto morale non formale, poi viene il “come fare”. R: Nel tuo lavoro oggi come intendi questo aspetto morale? C: Nel fatto che il “cosa fare” può comportare che il “come” non appaia; per esempio illuminare senza far vedere da dove viene la luce, subordinare l’aspetto tecnico a scelte culturali,
come ad esempio illuminare uno spazio urbano senza stravolgerne il carattere, il che vuol dire prima di tutto comprendere questo carattere. R: Che qualità cerchi costantemente nel progetto? C: Forse la misura e la precisione. Un buon progetto deve avere una al massimo due idee, tre fanno già confusione. La caratteristica di una buona composizione architettonica e anche di un progetto illuminotecnico è quella di avere poche idee ma “forti e leggere”. Voglio dire che, per contrapposizione, un progetto mediocre è per me quello che mette in scena idee “deboli e pesanti”. R: Dove ti è riuscito meglio questo connubio? C: Dovrei dire in tutti i progetti, però sono molto legato al Museo D’Orsay dove l’idea forte è che la luce non c’è, o meglio c’è ma non si vede, non si vedono apparecchi perché è l’architettura stessa che controlla modifica e gestisce la luce come fosse un gigantesco apparecchio illuminante. La leggerezza è che la luce non ha sorgenti riconoscibili. R: Fare economia fa parte della moralità del progetto? C: L’economia mi interessa se da luogo a soluzioni
interessanti. Mi ricordo che a Genova c’era una funicolare ad acqua fantastica; andava da piazzale Corvetto fino alla circonvallazione a monte. Solo a Genova potevano inventarla. Usava l’acqua di un torrente in pendio. Sotto le due carrozze c’era cassone. La carrozza in discesa scendeva piena d’acqua e quando era giù si svuotava, l’altra saliva vuota e quando era su si riempiva; così usavano solo la forza di gravità, nient’altro. Consumava solo i freni, non faceva rumore, non inquinava… R: Perché i Castiglioni amavano lanciare petardi, cosa c’è nel petardo? C: …Eh, il petardo? ..Beh nel petardo ci sono la luce e il suono, è una forma audiovisiva elementare…una tecnologia di base audiovisiva per provocare sorpresa.

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